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IL CARNEVALE DI MAMOIADA

Il carnevale di Mamoiada è forse quello più conosciuto di tutta la Sardegna grazie alla danza dei mamuthones, figura tipica dell'entroterra nuorese. È una danza rurale per scacciare gli spiriti maligni che risale all'epoca nuragica (ca. 3.500 anni fa). Le origini di questa danza non sono chiare, era forse una danza per venerare gli animali, come protezione contro gli spiriti del male, propiziatoria del raccolto e per il culto dell'acqua vista come fonte di vita. Altri studiosi pensano che sia ciò che resta di una danza dionisiaca che rappresenta il sacrificio al dio che muore e risorge all'inizio della stagione agricola. I mamuthones sono dodici e sono sempre vestiti di nero: giacca di pelle di montone senza maniche con il vello portato all'esterno, pantaloni e gambali, in viso portano sempre una maschera di legno dipinta di nero con espressione triste che ricorda i volti dei bronzetti nuragici; la testa è coperta da un fazzoletto da donna e sulla schiena portano campanacci.
Accanto a questa figura è presente un’altra figura che rappresenta i loro guardiani: gli Issohadores. Questi sono vestiti con giacche rosse, scialli colorati sulle spalle, sonagli d'argento sul petto e fazzoletti bianchi sul viso. I guardiani sono 8 e sfilano in due file esterne ordinate, mentre i 12 mamuthones ballano, alternando la compostezza a scatti improvvisi. Si muovono con passo lento e apparentemente pesante, tutti sincronizzati perfettamente. Si inizia partendo con il piede sinistro a cui segue una scrollata della spalla destra, movimento che agita i sonagli d'argento che hanno sul petto. Gli issohadores possiedono una sorta di frusta di giunco detta soca che usano per coinvolgere gli spettatori in un gioco che assomiglia ad una “cattura” che per liberarsi devono offrire da bere.
 

IL RITO DELLA PIOGGIA

Quando la siccità era molto grave si ricorreva a un rito più privato e segreto che avveniva la notte del novilunio e veniva praticato, almeno secondo la tradizione, solo da uomini.
La pratica, che pare sia molto antica, era in vigore in Sardegna ma si hanno notizie che fosse praticata anche in Corsica, forse un antico ricordo di sacrifici umani per la pioggia apportatrice di vita. In una notte di novilunio, un numero dispari di uomini prendevano dal cimitero un numero dispari di crani che venivano legati tra di loro con un giunco in modo che non andassero persi per poi appenderli a un cespuglio nei pressi di un fiume. Se vi erano impedimenti, in un secondo tempo, senza arrivare al fiume i crani venivano immersi in una vasca d'acqua, di quelle usate in campagna dai contadini per raccogliere l'acqua piovana o dei fiumi per annaffiare gli orti, l'importante era che ci fosse sempre come elemento l'acqua.
Se i crani trovati erano di bambini venivano immersi solo in un ruscello, due o tre giorni dopo,quando la pioggia iniziava a cadere copiosa, riportavano i teschi all'ossario. La mancata esecuzione del recupero dei teschi avrebbe comportato un nubifragio,con gravi danni alle colture e alle persone. Si vuole che l'usanza sia terminata intorno agli inizi del 1900, ma si hanno testimonianze che, seppur proibita, sia proseguita fino al 1930-1950
I teschi dovevano essere rimessi al loro posto una volta iniziata la pioggia, perché altrimenti si sarebbe causato un nubifragio.

 

IL CANTO A TENORE

Il canto a tenore fa parte della musica folkloristica sarda e non c'è sagra o festa isolana dove questi gruppi non siano chiamati ad esibirsi. Tipicamente il gruppo è formato da 4 voci maschili (voce, basso, contra e mezzavoce) che cantano insieme in cerchio dando quasi l'impressione che la fonte del suono sia unica, non usano musica scritta e questa tradizione musicale e culturale è tramandata di padre in figlio. Il loro canto è strettamente legato alla poesia improvvisata, anche se sono perfettamente in grado di eseguire brani costruiti su poesie scritte da autori classici della letteratura Sarda. Le loro canzoni descrivono momenti della vita di tutti i giorni, del mondo agricolo-pastorale o artigianale, così come possono essere d'amore, sacre o anche satiriche. La tecnica del canto gutturale e quella del suono teso rendono questo canto unico nel suo genere. Le origini di questa tecnica sono ancora sconosciute, seppure molti studiosi ritengono di aver circoscritto le ipotesi plausibili ; taluni attribuiscono al “basso” la produzione di un rumore simile al muggito di un bue, il “contra” pare belare come una pecora e la “mezza voce” sembra imitare il fruscio del vento tra gli alberi, tutte caratteristiche e suoni tipici della natura sarda, altri paragonano questo canto con quello più antico dei greci dove le maschere servivano per amplificare la voce così come il palmo delle mani in Sardegna. .