Algeria

Tour in Algeria tra le pietre degli Imperi e i respiri del Sahara.
L'Algeria è un gigante addormentato che custodisce l'anima profonda del Mediterraneo, un mosaico di culture dove la luce del deserto si scontra con il blu intenso della costa.
Grande cinque volte l'Italia, l'Algeria si estende dalle coste del Mediterraneo fino alle sterminate dune del Sahara, custodendo tesori archeologici che si possono paragonare a quelle di molte destinazioni europee. Eppure rimane fuori dai radar del turismo di massa.

Durante dodici giorni intensi ho attraversato questo territorio straordinario, scoprendo che l'Algeria possiede la seconda più grande concentrazione di rovine romane al mondo dopo l'Italia. La storia di questo paese è un mosaico di dominazioni: fenicia, cartaginese, numida, romana, bizantina, araba, ottomana e francese. Ogni civiltà ha lasciato la propria impronta indelebile. Ho camminato tra teatri dove ancora risuonano echi di antiche rappresentazioni, mi sono persa nei vicoli della Casbah patrimonio UNESCO, ho ammirato la genialità architettonica della pentapoli mozabita, un insieme di cinque antiche città fortificate nella Valle dello M'Zab, e ho toccato con mano incisioni rupestri vecchie di seimila anni nel cuore del Sahara.
Giorno 1 ; Algeri la Bianca
L'arrivo ad Algeri è stato un tuffo immediato in una dimensione diversa. La capitale si distende lungo una baia spettacolare, arrampicandosi sulle colline in un susseguirsi di edifici imbiancati a calce che le hanno valso il soprannome di "Algeri la Bianca". Il contrasto tra l'architettura coloniale francese e quella ottomana crea un'atmosfera unica.

Dopo aver sistemato i bagagli, abbiamo dedicato il pomeriggio a una prima esplorazione del lungomare. I grandi viali alberati in perfetto stile Belle Époque mi hanno ricordato Nizza o Cannes, ma con un sapore completamente diverso. L'edificio della Grande Poste, costruito nel 1910 in stile moresco, è un gioiello architettonico che merita attenzione: la sua facciata bianca decorata con elementi floreali cattura lo sguardo e racconta la storia del periodo coloniale francese.
Non è mancata la Place des Martyrs, il cui nome ricorda i caduti della guerra d'indipendenza, conclusasi solo nel 1962 dopo otto anni di conflitto sanguinoso.
Giorno 2 ; nel cuore della Casbah

I vicoli sono così stretti che in alcuni punti si può toccare entrambe le pareti allungando le braccia. Le porte dei vecchi palazzi ottomani, alcune magnificamente decorate con intarsi in legno e ferro battuto, si aprono su cortili interni dove le famiglie vivono ancora secondo ritmi antichi.
Ho visitato dall'esterno la Cittadella, oggi base militare, che domina l'intera Casbah da una posizione strategica. La guida ci ha raccontato che durante la dominazione ottomana questo era il quartiere del potere, dove risiedevano i Dey, titolo storico dei reggenti di Algeri e Tripoli nell'Impero Ottomano.

La decadenza è evidente in molti edifici, alcuni puntellati da travi di legno per evitare crolli, altri completamente abbandonati. Eppure c'è una vita pulsante: bambini che giocano a pallone negli spiazzi, donne velate che fanno la spesa, anziani seduti davanti alle botteghe che bevono tè alla menta. Ho provato un senso di privilegio nell'essere lì, in un luogo così autentico e poco toccato dal turismo.
Nel pomeriggio la visita alla Cattedrale di Notre Dame d'Afrique, arroccata su una collina con vista panoramica sulla baia, ha completato la giornata. Costruita dai francesi nel XIX secolo in stile neo-bizantino, questa basilica rappresenta un pezzo della storia coloniale. All'interno, una targa recita in francese e arabo: "Notre Dame d'Afrique prie pour nous et pour les musulmans" - un messaggio di convivenza che sembra quasi profetico.
Giorno 3 ; Cherchell e Tipaza sul Mare
La costa algerina che si estende a ovest di Algeri è una successione di fantastici panorami. La strada serpeggia tra colline verdeggianti ricoperte di vigneti e il mare turchese del Mediterraneo. Prima tappa: Cherchell, l'antica Caesarea di Mauretania.
Qui nel I secolo d.C. regnava Giuba II, re numida colto e raffinato che aveva sposato Cleopatra Selene, figlia di Cleopatra d'Egitto e Marco Antonio. Il piccolo museo archeologico custodisce dei veri tesori: i busti in marmo della famiglia reale sono di una finezza impressionante, ma ciò che mi ha lasciato senza parole è stato il rarissimo ritratto della celebre Cleopatra. Vedere dal vivo il volto scolpito della regina più famosa dell'antichità, qui in questo museo poco frequentato, è stata un'emozione.

L'anfiteatro romano, scavato nella roccia, poteva ospitare quindicimila spettatori. Seduta sulle gradinate di pietra, ho cercato di immaginare i combattimenti tra gladiatori e belve feroci che qui si svolgevano duemila anni fa. Il vento che saliva dal mare portava il profumo della salsedine mischiato a quello dei pini marittimi.
Tipaza o Tipasa è stata la vera sorpresa della giornata. Questo sito archeologico UNESCO si trova su un pendio che digrada dolcemente verso il mare, con le rovine sparse tra pini secolari. La combinazione di storia e natura è poetica. Passeggiare tra i resti delle ville romane, delle terme, del foro, con il Mediterraneo che scintilla sullo sfondo, fantastico. Le tre grandi basiliche paleocristiane testimoniano come Tipaza fu uno dei primi centri di diffusione del cristianesimo in Africa settentrionale.

Sulla via del ritorno, la sosta alla "Tomba della Cristiana", imponente mausoleo circolare con sessanta colonne, ha chiuso la giornata. La costruzione, alta oltre trenta metri, domina la pianura circostante. Un monumento alla grandezza di una dinastia numida che seppe dialogare con Roma mantenendo la propria identità.
Giorno 4 ; Setif, Djemila e le Colline Verdi
Setif, l'antica Sitifis fondata nel 97 d.C. come colonia per veterani, oggi è una città moderna e vivace. Il piccolo museo archeologico custodisce due mosaici che da soli valgono il viaggio: il Trionfo di Venere e il Trionfo di Dioniso.

Ma è stato Djemila a rubarmi il cuore. L'antica Cuicul, del I secolo d.C., si arrampica su uno sperone roccioso circondato da colline verdeggianti. Il nome arabo Djemila significa "la bella", e mai nome fu più appropriato. Il sito è perfettamente preservato, con l'Arco di Caracalla che si erge ancora imponente, il Foro di Settimio Severo con il tempio dedicato a Marte, il teatro scavato nel fianco della collina.
Camminare lungo il Cardo Maximus, la strada principale romana, è come attraversare il tempo. Le pietre della pavimentazione mostrano ancora i solchi lasciati dai carri. Mi sono seduta nel teatro, che poteva accogliere tremila spettatori, e presa dall’entusiasmo, ho provato a declamare alcuni versi a voce alta. L'acustica è incredibile: la voce risuona perfettamente anche a bassa voce.

Il museo del sito conserva mosaici di straordinaria bellezza. Uno in particolare raffigura scene di vita quotidiana con dettagli sorprendenti: un mercato, una scuola, scene di caccia. La guida ci ha raccontato che Djemila prosperò enormemente in epoca cristiana, e infatti sono ancora visibili i resti di diverse basiliche paleocristiane con i loro battisteri.
Lasciare Djemila al tramonto, quando la luce dorata illumina le colonne e le rovine, è stato difficile. Avrei voluto restare più a lungo in quel luogo sospeso tra cielo e terra.
Giorno 5 ; Constantine, la Città dei Ponti
Constantine è una città spettacolare. Costruita su un affioramento roccioso circondato da una profonda gola, sembra sfidare le leggi della gravità. I ponti che collegano le diverse parti della città sono capolavori di ingegneria che lasciano senza fiato.
L'antica Cirta, capitale del regno, si alleò con Roma contro Cartagine, fu ribattezzata Constantine in onore dell'imperatore Costantino nel IV secolo. La città vecchia, o meglio ciò che ne rimane dopo gli sventramenti ordinati da Napoleone III, conserva ancora il fascino delle epoche passate.

Il ponte Sidi M'Cid, costruito nel 1912, è sospeso a centosettantacinque metri sul torrente e abbiamo voluto attraversarlo a piedi (non è poi così lungo). E’ stata un'esperienza che ha messo alla prova il mio equilibrio emotivo: guardare giù verso l'abisso mentre si cammina su questa struttura di ferro è un insieme di sensazioni contrastanti tra paura e attrazione.
Dopo il ponte, ci siamo diretti alla Casbah ottomana dove all’interno è presente il Palazzo di Ahmed Bey, l'ultimo bey turco di Constantine ( Bay, titolo storico dei reggenti di Algeri e Tripoli nell'Impero Ottomano) il quale oppose resistenza all'occupazione francese nel 1837. Il palazzo, con i suoi cortili interni decorati con piastrelle colorate e fontane, testimonia la raffinatezza dell'architettura ottomana.

A seguire visita al Museo Nazionale Cirta il quale conserva reperti provenienti dall'antica capitale numida e dai siti circostanti. Tra statue, monete, ceramiche e iscrizioni, emerge il ritratto di una civiltà sofisticata che seppe dialogare alla pari con Roma.
La visita al Monumento ai Morti, un memoriale a forma di arco di trionfo sormontato da una statua della Vittoria alata che commemora le vittime della Prima Guerra Mondiale, ha chiuso la giornata con una nota di riflessione. Migliaia di algerini morirono combattendo per la Francia in Europa, un dettaglio della storia spesso dimenticato.
Giorno 6 ; Timgad, la Pompei Africana
Il viaggio verso Timgad attraversa la regione degli chott, i laghi salati che caratterizzano questa parte dell'Algeria. Durante la stagione secca, questi bacini si trasformano in distese bianche e lucenti di sale cristallizzato che brillano sotto il sole. È un paesaggio lunare, straniante.
Prima di raggiungere Timgad, una breve sosta a Lambaesis mi ha permesso di visitare il pretorio, l'edificio meglio conservato di questa che fu la capitale della Numidia romana. La struttura, risalente al 268 d.C., è imponente: due piani che un tempo sorgevano davanti alla piazza d'armi della legione romana stanziata qui. Vedere ancora in piedi le mura, le finestre, le porte, dopo quasi duemila anni, è impressionante.

Timgad però supera ogni aspettativa. Chiamata "la Pompei d'Africa", l'antica Thamugadi fondata dall'imperatore Traiano, è uno dei siti romani più completi e meglio conservati del mondo. Progettata come colonia militare con planimetria perfettamente ortogonale, doveva ospitare quindicimila veterani della Legio III Augusta.

Ho trascorso molto tempo a esplorare questa città fantasma. Il decumano e il cardo, le due strade principali che si intersecano ad angolo retto, sono ancora perfettamente riconoscibili, affiancati da un colonnato corinzio parzialmente restaurato. L'Arco di Traiano, alto dodici metri, segna l'ingresso occidentale della città. Camminare sotto quell'arco sapendo che innumerevoli legionari romani fecero lo stesso duemila anni fa è un'emozione difficile da descrivere.
La biblioteca pubblica, dalla caratteristica forma semicircolare, è una delle sole due biblioteche romane pubbliche giunte fino a noi. Immaginare gli scaffali pieni di rotoli di papiro, gli studiosi intenti a leggere, mi ha fatto pensare quanto fosse avanzata questa civiltà anche in luoghi remoti come il Nord Africa.
Il teatro, che poteva accogliere tremila cinquecento spettatori, è così ben conservato che ancora oggi viene utilizzato per rappresentazioni. L'acustica è perfetta. Il tempio del Capitolium, dedicato a Giove, è grande quasi quanto il Pantheon di Roma. Quattordici terme, un mercato coperto, basiliche, case patrizie con mosaici: Timgad è un museo a cielo aperto di dimensioni sconvolgenti.
Sulla via verso l’hotel, una sosta al Medracen, antica tomba numida di forma circolare che sorge isolata nella pianura, ha completato questa immersione nella storia antica. Questo mausoleo testimonia la grandezza dei re berberi che governavano queste terre prima dell'arrivo di Roma.
Giorno 7 ; Ghardaia, la Perla del M'Zab
Dall'aereo, prima dell'atterraggio, ho avvistato la pentapoli: cinque città fortificate costruite su collinette rocciose nel mezzo di un'oasi verdeggiante. Ogni città è dominata dalla sua moschea con il caratteristico minareto piramidale, spettacolare.
L'abitato nella valle del M'Zab fu fondato tra l'XI e il XIV secolo dagli Ibaditi, una corrente minoritaria e moderata dell'Islam perseguitata dagli ortodossi. Questi berberi trovarono rifugio in questo territorio aspro e brullo, costruendo città perfettamente adattate all'ambiente desertico. L'UNESCO ha riconosciuto nel 1982 questo eccezionale esempio di urbanistica tradizionale.

Ghardaia è la città principale e il centro commerciale. Passeggiare nel suo souk è un'esperienza sensoriale totale: i colori vivaci dei tessuti, il profumo intenso dei datteri freschi, le voci dei venditori che contrattano, il richiamo alla preghiera che risuona cinque volte al giorno dal minareto. Ho acquistato un tappeto mozabita dai colori sgargianti e qualche dattero della qualità “deglet nour” tipica del luogo, i migliori che abbia mai assaggiato.
La città vecchia è un gioiello architettonico. Le case, costruite con legno di palma, pietra, gesso, calce e sabbia, sono ammassate le une alle altre creando un labirinto di viuzze strette e tortuose. Tutto è dipinto in toni di ocra, beige, bianco.

La semplicità è assoluta, ma l'effetto estetico è potente. Le Corbusier visitò Ghardaia negli anni Trenta e ne fu profondamente influenzato nella sua concezione dell'architettura moderna.
La Grande Moschea ha l'aspetto di una fortezza, con mura spesse e torri di guardia. Il minareto piramidale, tipico dell'architettura mozabita, è così diverso dai minareti cilindrici del resto del mondo islamico che sembra provenire da un'altra civiltà. All'interno (accessibile solo ai musulmani) la guida ci ha raccontato che lo spazio è estremamente semplice, senza decorazioni, in linea con l'austerità ibadita.
Giorno 8 ; La Pentapoli e i Palmeti
L'intera giornata è dedicata alla scoperta delle altre quattro città della pentapoli. Ognuna ha una personalità distinta e una funzione sociale ben definita.
El Atteuf, "l'ansa", è la più antica, fondata nel 1011. Costruita su un'ansa del fiume M'Zab (fiume oggi quasi sempre secco), conserva un'atmosfera particolarmente autentica. Abbiamo visitato il Mausoleo di Sidi Brahim, venerato santo locale, dove la guida ci ha raccontato leggende popolari tramandate da generazioni.

Le donne della città di Beni Isguen, indossano il haik bianco, un lungo telo di cotone tessuto a mano che le avvolge completamente lasciando scoperto solo un occhio. È impressionante vedere queste figure candide muoversi silenziose per le strade. La guida ci ha spiegato che questa tradizione, lontana dall'essere un'imposizione, è sentita dalle donne stesse come parte della loro identità culturale.
Melika, "la regina", è collegata a Ghardaia da un ponte che scavalca il letto asciutto del fiume. Più piccola delle altre, offre viste panoramiche notevoli sulle città vicine. Da qui il tramonto sulla valle è uno spettacolo di luci e ombre che giocano sulle case ocra.

Nel pomeriggio abbiamo visitato i palmeti che circondano le città. Si dice che qui si trova un milione di palme da dattero le quali vengono irrigate grazie a un sistema idrico ingegnoso vecchio di quasi mille anni, ovvero dei canali sotterranei che distribuiscono l'acqua piovana raccolta e conservata in cisterne. Camminare tra le palme, nell'ombra fresca e profumata, sentendo lo scroscio dell'acqua nei canali, è stato un momento di pace assoluta.
La sera, dalla terrazza dell'hotel, ho guardato le luci che si accendevano nelle cinque città, ciascuna sul suo piccolo colle. Il muezzin ha lanciato il richiamo alla preghiera dal minareto di Ghardaia, subito seguito da quello di Beni Isguen, poi Melika, El Atteuf, Bou Noura. Un coro di voci che si inseguono nella notte del deserto. Un momento di pura magia.
Giorno 9 ; Djanet
Djanet è una città affascinante nel sud-est dell'Algeria, situata nel cuore del Sahara e considerata la porta d'accesso al Tassili n'Ajjer, uno dei siti UNESCO più spettacolari del mondo.
La città si trova in un'oasi circondata da incredibili formazioni rocciose di arenaria che creano un paesaggio quasi lunare. È abitata principalmente dai Tuareg, il popolo nomade del deserto, e conserva una forte identità culturale berbera che si riflette nell'artigianato, nella musica e nelle tradizioni locali.
Ciò che rende Djanet davvero speciale è la sua vicinanza al Tassili n'Ajjer, un vasto altopiano roccioso famoso per le migliaia di incisioni rupestri e pitture preistoriche che documentano la vita umana nel Sahara quando era ancora una regione verde e fertile, circa 6.000-12.000 anni fa.

Il pomeriggio trascorre tra brevi passeggiate in città curiosando e cercando qualche souvenir che non sia la solita ”cinesata”. Alla sera si va a dormire presto considerando che la mattina successiva ci si alzerà decisamente presto.
Giorno 10 ; L'Erg Admer e le Incisioni Rupestri
Il giorno successivo siamo partiti all'alba in fuoristrada verso l'Erg Admer. Gli erg sono i "mari di sabbia", le grandi distese di dune che caratterizzano alcune zone del Sahara. L'Erg Admer è composto da dune morbide e chiare, che cambiano colore durante il giorno passando dall'oro al rosa all'arancio intenso.
Salire su una duna alta qualcosa come cento metri è faticoso, decisamente faticoso. La sabbia cede sotto i piedi, per ogni passo avanti si scivola mezzo passo indietro. Lo stretto spazio sulla cresta induce a procedere con molta attenzione misurando i propri passi per non scivolare da un lato o dall’altro.

Arrivare in cima è un'esperienza che ripaga ogni sforzo. A trecentosessanta gradi, dune a perdita d'occhio. Il silenzio è assoluto, rotto solo dal vento che scolpisce la sabbia creando pattern geometrici perfetti. Mi sono seduta sulla cresta della duna e sono rimasta lì, immobile, per un pezzo. Meditare in un luogo del genere ha qualcosa di spirituale.
Nel pomeriggio abbiamo visitato il sito di arte rupestre di Tegharghart e quello della Vache qui Pleure, "la mucca che piange". Quest'ultimo è uno dei capolavori dell'arte neolitica sahariana: inciso nella roccia circa seimila anni fa, raffigura tre bovini dalle lunghe corna con lacrime che scendono dagli occhi. L'opera è commovente nella sua semplicità. La guida ci ha spiegato che seimila anni fa il Sahara non era un deserto ma una savana verde popolata da giraffe, elefanti, rinoceronti e greggi di bovini. Queste incisioni sono la testimonianza di quel mondo perduto.

Abbiamo anche visitato una tomba pre-islamica, una struttura circolare di pietre che risale probabilmente a duemila anni fa. La guida tuareg che ci accompagnava ci ha raccontato leggende del deserto tramandate oralmente da generazioni. Una in particolare mi è rimasta impressa: si dice che nelle notti di luna piena, gli spiriti degli antichi abitanti del deserto vagano tra le dune cantando canzoni in lingue dimenticate.
Il rientro a Djanet al tramonto, con le rocce del Tassili che si tingevano di rosso fuoco, ha concluso una giornata che non dimenticherò mai.
Giorno 11 ; Essendilene e il Canyon
L'escursione a Essendilene è stata un'altra immersione nella bellezza selvaggia del Sahara. Questa oasi si trova immersa in un canyon spettacolare, con pareti di arenaria che si innalzano verticali creando un microclima unico. All'interno del canyon, l'aria è fresca, scorrono rivoli d'acqua e crescono palme e tamerici.
Le pareti del canyon sono coperte di graffiti e incisioni che vanno dal neolitico fino all'epoca islamica. Elefanti, struzzi, cavalieri, cammelli, simboli misteriosi: un palinsesto di civiltà che si sono succedute in questo angolo remoto del Sahara.
La guida ci ha mostrato alcune grotte dove ancora si vedono tracce di fuochi antichi e pitture rupestri sbiadite. In una di queste grotte, riparandoci dal sole di mezzogiorno, abbiamo pranzato con un picnic semplice: pane piatto, formaggio di capra, datteri, tè alla menta bollente preparato su un piccolo fornello a gas. Il silenzio del canyon era rotto solo dal canto degli uccelli e da un lontano gorgogliare dell'acqua.

Nel pomeriggio, sulla via del ritorno, ci siamo fermati a Timras per ammirare le formazioni rocciose bizzarre scolpite dal vento in forme fantastiche. Alcune sembrano funghi giganti, altre torri medievali, altre ancora animali pietrificati. La natura qui è artista e scultrice.
La sera a Djanet una bella passeggiata nel mercato locale, anche qui un'esplosione di colori e vitalità. Donne tuareg con i loro veli indaco vendevano gioielli d'argento, uomini in turbante contrattavano il prezzo dei cammelli, bambini correvano tra le bancarelle ridendo. Ho acquistato alcuni bracciali berberi in argento come ricordo e ho assaggiato, su forte suggerimento della guida, il taguella, il pane tradizionale tuareg cotto sotto la sabbia.
Giorno 12 ; Ritorno ad Algeri
Il volo da Djanet ad Algeri ha segnato il ritorno alla civiltà urbana. Dopo giorni di deserto, silenzio e spazi infiniti, ritrovarsi nel traffico caotico della capitale è stato quasi uno shock.
Abbiamo dedicato questa ultima giornata alla visita del Jardin d'Essai, lo splendido giardino botanico creato dai francesi nel 1832, mi ha regalato un momento di tranquillità. Palme esotiche, bambù giganti, fontane moresche: un'oasi di verde nel cuore della città. Mi sono seduta su una panchina all'ombra di un ficus centenario e ho ripensato ai dieci giorni appena trascorsi.

Nel pomeriggio un altro tranquillo giro a piedi nel centro città per l’acquisto degli ultimi souvenir fino al tramonto, momento magico per osservare il Monumento ai Martiri, il Maqam Echaid, un imponente memoriale a forma di tre palme stilizzate che domina la città dall'alto. Inaugurato nel 1982 per il ventesimo anniversario dell'indipendenza, commemora i caduti della guerra di liberazione. La vista panoramica dalla piattaforma del monumento abbraccia tutta Algeri, dal mare alle colline.

L'ultima cena è stata a base di pesce fresco in un ristorante sul porto, momento in cui, con la nostra guida, abbiamo rievocato tutti i bellissimi luoghi che abbiamo visitato oltre a scambiarci gli inevitabili indirizzi per mantenere i contatti anche per il futuro.
Giorno 13 ; Addio, Algeria
La mattina della partenza per il rientro in Italia. Durante il transfer, ho guardato un'ultima volta il mare di Algeri che brillava sotto il sole. Ho scoperto un paese straordinario, poco conosciuto, lontano dagli stereotipi. L'Algeria non è solo deserto, non è solo storia antica, non è solo conflitti dimenticati. È un mosaico complesso di culture, paesaggi, tradizioni che convivono e si intrecciano.
Riflessioni finali sul tour in Algeria
Visitando questo paese ho imparato che le rovine romane più belle non si trovano necessariamente in Italia. Mi sono resa conto che il Sahara non è solo sabbia ma anche montagne, canyon, oasi rigogliose. Ho capito che l'architettura tradizionale berbera ha lezioni da molto da insegnare agli architetti contemporanei. Ho toccato con mano l'ospitalità spontanea di un popolo che nonostante la storia difficile accoglie i visitatori con calore genuino.
L'Algeria merita di essere visitata, scoperta, raccontata. Non è un viaggio facile ma nemmeno impossibile, però non è una destinazione da turismo di massa. Richiede un po’ di spirito d'avventura, flessibilità, rispetto per culture diverse. Ma regala in cambio esperienze autentiche, emozioni profonde, la sensazione di aver visto qualcosa di raro e prezioso ma non tutto quello che di interessante qui si trova.
Ci sono ancora tanti luoghi da esplorare in questo paese immenso: l'ovest con Tlemcen e Oran, il sud profondo con Tamanrasset e l'Hoggar, la costa orientale.
Ma quello che ho visto è sufficiente per affermare che questo è uno tra i viaggi più belli e sorprendenti che io abbia fatto. E forse proprio perché è ancora fuori dalle rotte turistiche di massa, conserva un'autenticità che altrove è ormai perduta.